Il mestiere di scrivere
mercoledì, 17 dicembre 2008
Come promesso pocanzi, scrivo.
Dopo un lungo lunghissimo percorso di riflessione ho decretato la fine del mio diario carteceo inteso come mera cronaca di fatti di vita. Sperimenterò uno stile più snello, rapido, volto a centrare i soli fatti che rendono unica una giornata. La mia riforma, se è vero che stringerà la cinghia al testo, si prefigge l’obiettivo di valorizzare i contenuti, portando maggior risalto e ai momenti che hanno innescato un’emozione particolare. Emozioni, quindi, oltre ai contenuti più schietti. La mia attività di paroliere si nutre dell’energia. Scrivere è anche allenarsi all’emozione. Aiuta a capirsi, a snocciolare le arcane dinamiche che inesorabilmente muovono i nostri arti e ci fanno nuotare nella magia. Permette di svelare il volto del burattinaio, che, dall’alto (o da dietro) governa. Accompagna il nostro sguardo oltre il confine del noto. Per i curiosi è fondamentale. Scrivere è introspezione. E se come afferma Laurence Durrell introspezione è viaggio, anche scrivere, oddio, è viaggio. Non ci sono biglietti da obliterare: si viaggia liberamente, qui, subito, e ovunque. E siamo noi a guidare: la penna scivola sull’inchiostro come il treno scorre sui binari. Esplorare. Un giorno nell’Andalusia, l’altro in Lapponia, uno nell’amore, l’altro nella nostalgia, e poi malinconia, che bel tramonto, stupore, una formica che solleva dieci volte il suo peso, stupore ancora, curiosità, elettricità, ricchezza, nuvole, invidia, coscienza, errori. Vacuità. Scrivere è, e resta, gratitudine e lamento, rigore e paradosso, luce e mistero.
Nella riforma non viene toccato il principio della quotidianità della scrittura: è e continuerà ad essere un esercizio da compiere ogni giorno. Perché ogni giorno ha la sua peculiarità, la sua cifra di lettura. Ventiquattro ore sono abbastanza per racchiudere in sé un tesoro, e quando non è lampante, basta usare la penna come grimaldello per scassinare il baule della consuetudine che nasconde la magia.
Scrivere, e farlo di frequente, è per me uno dei pochi modi per manutenere e salvaguardare la mia espressività. All’università ancora solo numeri - che anzi cominciano ad assumere un certo fascino - e per me è primario non annichilirmi come taluni, ahiloro, finiscono per fare. scordarmi come si descrive un pettirosso in volo, un volto, un fatto, un’opinione. Per la grammatica non c’è rischio, quella la esercito al calcolatore e le grammatiche che si studiano dove attualmente navigo sono di gran lunga più rognose (perché, se vogliamo, innaturali) di quella italiana. Di nuovo, devo focalizzarmi sui contenuti. Dare con attenzione forma a ciò che accade e che ogni santo giorno deve farsi sentire.
Innovando il mio modus operandi spero di disperdere meno energie. Può suonare come una razionalizzazione delle risorse, (dall’amaro retrogusto di attualità politica), e forse lo è, ma verte sulla riduzione della burocrazia. Prima vivevo nell’obbligo - come un chierico vagante - della preghiera serale. Scrivevo perché dovevo scrivere e scrivevo tutto perché era mio dovere scrivere tutto. Ma tutto, lentamente, è diventato noia. E quando la noia si infiltra negli ingranaggi della scrittura allora significa che qualcosa non va. Che gli ingranaggi necessitano di olio. Da qui la meditazione e il coraggio: cambiare, riformare. Scrivere di ciò che conta, prendere la mira e sparare inchiostro, senza paletti procedurali. In fondo l’obbligo di stilare la cronaca del giorno non ricorda la verbalizzazione delle assemblee di condominio? Di interessante cinque parole su mille.
Se c’era qualcosa che mi ha impedito di prendere subito la decisione era la paura. La paura che selezionando le cose più importanti si rischiasse di perderne altre. Annotare l’intero corso di una giornata dovrebbe garantire l’interezza del ricordo, ma ultimamente ho notato come nonostante la globalità raggiunta si finisse in una sconclusionata raccolta di note. Preferisco concentrarmi più sui dettagli che sulle generalità, descrivendoli con metodo e lasciando fili da srotolare pian piano, a zampate, come fanno i gatti col gomitolo, al fine di ricucire l’intera trama dei miei ricordi. Partire da un particolare e ricostruire lo status quo. Se vogliamo, è anche una sfida.
Continuerò ad aggiornare i miei quaderni costantemente per non precludere lo scopo che da sempre mi prefiggo: la costruzione delle mie memorie. Voglio, cioè, riservarmi il sorriso nostalgico a sessant’anni e soddisfare la curiosità di nipotini che indagheranno sulla vita di chi, indirettamente e materialmente, li ha generati.




